Le piante di ieri, oltre i secoli e i confini

Le piante di ieri, oltre i secoli e i confini

LEZIONI IN PIAZZA

Modena: Piazza XX Settembre

ore: 19.00-22.00

Intervistiamo Anna Maria Mercuri, ricercatrice del Laboratorio di Palinologia e Paleobotanica del Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia.
Per la Notte dei Ricercatori a Modena,  nel corso delle lezioni previste in Piazza XX Settembre dalle 19 alle 22, la Dottoressa Mercuri curerà l’intervento ‘Piante e storia sotto la sabbia del Sahara’.

Da anni impegnata a sviluppare la disciplina dell’archeobotanica, la Dottoressa Mercuri ci racconta quante informazioni e quali storie possono oggi raccontarci le piante di epoche lontane, che lei e i suoi colleghi in giro per il mondo studiano grazie alla preziosa collaborazione di archeologi, antropologi, geologi e zoologi.

La disciplina di riferimento, ‘Archeobotanica’ permette di conoscere quale vegetazione e clima esistevano nel passato, e quali usi venivano fatti delle piante. Queste informazioni possono essere utili per comprendere l’organizzazione sociale, le conoscenze tecniche e le attività economiche di epoche lontane?

Le piante sono un elemento fondamentale del paesaggio e con esse le comunità umane si sono sempre dovute mettere in relazione. Quando si lavora in contesti del passato è evidente che da un lato l’ambiente ha fortemente influenzato le civiltà (dove insediarsi? quali risorse sfruttare?) e dall’altro le civiltà hanno modificato più o meno gradualmente l’ambiente sul quale hanno insistito per secoli, modellandolo, per quanto possibile, fino a trasformarlo radicalmente (disboscamento, agricoltura, insediamenti temporanei o città).

Su questi temi, polline e semi/frutti sono molto importanti per comprendere l’economia di una civiltà.
Facciamo l’esempio della Terramara di Montale, dove è stato possibile mettere in luce che l’età del bronzo ha comportato un impatto notevole sul paesaggio vegetale, con abbattimento massiccio di alberi sacrificati per costruire capanne e palizzate difensive, e per creare spazi idonei a case e campi. L’agricoltura era prevalentemente basata sulla coltivazione di cereali, in appezzamenti non molto grandi, soggetti a concimazioni e rotazione. L’economia era anche largamente basata sull’allevamento, e molto spazio era lasciato a prati-pascoli alternati ai campi. Il bosco, confinato ai margini delle aree rurali, non era stato però eliminato e forniva risorse di legname e piccoli frutti (soprattutto corniole) utili a integrare la dieta.
Si deve però ricordare, comunque, che lo studio dei resti di piante portati alla luce nei siti archeologici è complesso e richiede un lavoro interdisciplinare paziente e puntuale dove il botanico si confronta continuamente con archeologi, antropologi, geologi e zoologi.


E’ possibile anche recuperare informazioni sugli impieghi alimentari e non (curativi, cosmetici, etc.) delle piante, magari per riproporli anche al giorno d’oggi?

Le piante hanno da sempre fatto parte della nostra vita quotidiana, in modo discreto, quasi scontato direi, eppure – come spesso accade – è nel momento in cui ‘mancano’ che arriviamo ad accorgercene. Dalle grotte e ripari dei cacciatori-raccoglitori fino alle discariche medievali, gran parte dei resti vegetali sono testimonianza diretta di piante raccolte e accumulate in posto per scopo alimentare. L’uso medicinale di molte di esse, poi, è occorso in modo inizialmente inconsapevole, e poi è stato consolidato dall’esperienza e dall’affinamento della consapevolezza sulle dosi utili a produrre effetti benefici alla salute. Il sorgo e i migli raccolti dagli abitanti del Sahara centrale circa 8.000 anni fa sono ancor oggi perfettamente conservati sotto la sabbia, addirittura con tracce di DNA, e ci raccontano di donne che si avvicinavano alle erbe selvatiche, che sapientemente distinguevano quelle velenose da quelle eduli (commestibili, ndr), e che raccoglievano in piccoli cestini i grani utili per la tribù. I boccali di un monastero benedettino di Ferrara, invece, ci raccontano di monache che preparavano misture medicinali a base di fico, caglio ed ebbio, per la cura di problemi cutanei, e a base di malva, euforbia, mercorella e vari chenopodi, con azione purgativa. Anche l’estrazione di olio da piante della famiglia del cavolo è ben evidente a Ferrara. Qui,  sotto il pavimento di una stanza medievale, sono stati trovati grandi quantitativi di semi, spesso schiacciati, buttati dopo la spremitura in uno scarico di rifiuto domestico. Più in generale, l’archeobotanica permette di risalire alle origini delle tradizioni gastronomiche del territorio: così, il consumo del melone e delle amarene nel ferrarese, o l’uso di mirto nel provincia di Sassari sono state chiaramente documentate proprio da studi di semi e frutti, e datano almeno dal periodo medievale.

Una disciplina come la vostra richiede competenze molto specialistiche, come si compone un gruppo di lavoro ‘tipo’ ( immaginiamo un botanico, un geologo, un archeologo etc). Ci può dare un esempio di come interagiscono tra di loro le singole figure?

Un archeologo che crede nel lavoro interdisciplinare è quello che potrei definire il regista della ricerca: coinvolge gli esperti, siano essi esperti di varie branche dell’archeologia, oppure geologi, antropologi, biologi (inclusi botanici, zoologi e biologi molecolari), li coordina, li mette in contatto stimolando il confronto tra di loro, e soprattutto pone domande.
Al botanico sono poste spesso domande assai puntuali sul paesaggio, i cambiamenti ambientali – incluse informazioni sul clima di una certa fase -  e gli usi delle piante. A volte, grazie alla interazione, si riesce ad andare ‘oltre’ le domande, ad esempio, aiutando nella attribuzione dell’uso di alcune strutture. E’ il caso di una costruzione medievale, la Torre di Altojanni in Basilicata, dove è stato trovato un grande accumulo di polline di cereali in una stanza ai piedi della torre: evidentemente nella stanza erano trasportate spighe di cereali, frutto del raccolto dei contadini, che qui venivano a ‘pagare le tasse’. Questo polline, infatti, ha permesso di identificare quale stanza fosse dedicata a questa pratica, la stanza dove, in base ai documenti d’archivio, con una quota di raccolto i contadini si assicuravano protezione e l’uso del territorio per coltivare.

Lei ha coordinato le attività del PaCE Project (‘Plants and culture: seeds of the cultural heritage of Europe’) un progetto di ricerca (che è stato anche valorizzato tramite delle attività espositive) con numerose università ed enti di ricerca europei, che ha avuto il merito di documentare il patrimonio botanico europeo e di ribadire il ruolo centrale delle piante nella storia europea. Quale ritiene che sia stato il merito principale del progetto?

Il tema che la Comunità Europea ha chiesto di sviluppare è stato il ‘Dialogo Interculturale Europeo’. Si trattava dunque di cercare radici culturali comuni in un continente straordinariamente eterogeneo che ha proprio in questa biodiversità culturale/ambientale una delle principali ricchezze.
Il progetto PaCE ha consentito a studiosi di nazioni diverse e di materie diverse di dialogare parlando uno stesso linguaggio.Le azioni sono state portate avanti su due fronti, scientifico e di diffusione della cultura scientifica.  Sono state realizzate ricerche di archeobotanica ed etnobotanica originali sotto la bandiera di una affinità culturale botanica, idea condivisa entusiasticamente da tutti i ricercatori che hanno aderito.
Credo che molti cittadini abbiamo potuto vedere una mostra – che è stata tradotta e presente in 10 paesi diversi – sentendosi affini a popoli che prima considerava molto diversi.
La vite, il basilico, il vischio, il papavero, il mirto: piante che tutti conosciamo e che abbiamo scoperto importanti e di grande significato anche in altre culture europee. Forse non tutti sapevamo che l’usanza di lanciare riso agli sposi o coriandoli alle feste è una tradizione che si tramanda dall’antica Grecia, e che era praticata con foglie lanciate ai vincitori.
I lavori scientifici e la mostra, nella sua versione inglese, sono disponibili all’indirizzo http://www.plants-culture.unimore.it/. Il progetto PaCE ha avuto anche questo merito: dimostrare ancora una volta che, con il linguaggio giusto, la ricerca scientifica può essere divulgata senza necessariamente perdere di rigore e senza concedere spazi alla banalizzazione.


Quale può essere il ruolo del patrimonio botanico nel favorire il dialogo tra aree culturali distinte ma appartenenti al medesimo continente?

Le piante hanno profumi, colori, portamenti gradevoli o principi medicinali utili, sono buone da mangiare, morbide se tessute o eleganti se foggiate in oggetti, anche artistici. Parlare di storia attraverso le piante spesso coinvolge descrizioni attente di opportunità ambientali, viaggi, scoperte, scambi commerciali, arte, tradizioni popolari, feste e piatti tipici.
Si pensi alla Domenica delle Palme, che da noi è la domenica dell’Olivo e che in nord Europa è la domenica del Bosso o del Salice: l’uso di piante nei rituali, che diventano simboli perché sempreverdi, perché profumate, medicinali o semplicemente belle, è una scelta che ci accomuna. Scambiarsi il vischio a capodanno è un’azione augurale diffusa con lo stesso significato da noi come in centro Europa. Scrivere una storia attraverso le piante può lasciar fuori argomenti quali confini politici e conflitti. Credo sia un buono strumento per avvicinare tra loro popoli diversi sotto un comune denominatore, aiuta il confronto mentre amplia la possibilità di trovare punti comuni.

Michele Restuccia

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