Comunicare l’avvicinamento delle culture

Comunicare l’avvicinamento delle culture

LEZIONI IN PIAZZA

Modena: Piazza XX Settembre

ore: 19.00-22.00

Intervista al Professor Claudio Baraldi,  docente presso il Dipartimento di Scienze del linguaggio e della Cultura dell’Università di Modena e Reggio Emilia e preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dello stesso ateneo.

Il prof. Baraldi  è impegnato da anni nella ricerca sui temi della sostenibilità, del dialogo interculturale e della cultura della pace, ed è inoltre Direttore del Centro Studi sulle Culture della Pace e della Sostenibilità (CPS), afferente al Dipartimento di Scienze del Linguaggio e della Cultura dell’ateneo.

In occasione della Notte dei Ricercatori 2010, il prossimo 24 settembre in piazza XX Settembre a Modena curerà un intervento dal titolo ‘Comunicare l’avvicinamento delle culture’.

Professore, qual è il contributo che le scienze sociali, ed in particolare l’indagine sul dialogo interculturale, possono dare alla necessità di benessere sociale e di innovazione nell’ambito del welfare?

La ricerca sociale, di qualsiasi tipo sia, dovrebbe anzitutto essere utile per introdurre dubbi sulle politiche e le strategie sociali esistenti che si sono consolidate senza adeguate riflessioni, oppure hanno perso capacità di cambiamento. In secondo logo, una ricerca adeguata può permettere di cogliere alternative interessanti, emergenti dalla ricerca, nel promuovere politiche e strategie d’azione. In ogni caso, la ricerca non “insegna” nulla, bensì mette a disposizione un punto di vista diverso, basato su teorie e metodologie che non sono immediatamente disponibili a decisori e operatori.

La sua attività di ricerca è dedicata principalmente ai temi della comunicazione dell’interculturalità e della sostenibilità: come si svolge la ricerca su questi temi? Quali false credenze bisogna confutare?

La ricerca che svolgo è di tipo, come si suole dire, “qualitativo”. Si basa cioè sull’analisi approfondita di casi, episodi e specifiche situazioni di comunicazione. Credo che questo tipo di ricerca sia di grande utilità per gli obiettivi di cui parlavo in precedenza, perché rende disponibili analisi molto approfondite per riflessioni più accurate. Inoltre, il suo carattere qualitativo non inficia le possibilità di generalizzazione: accumulando molti casi, si può costruire un corpo di materiali che consente di introdurre molte conoscenze nel dibattito, scientifico, politico e operativo. Le “false credenze” derivano dal senso comune, persino quello che qualche volta viene definito “buon senso”. Non c’è un catalogo specifico di credenze di questo tipo che sia necessario confutare: pregiudizi e stereotipi possono riguardare aspetti diversi ed anche contrastanti, dal razzismo alla solidarietà (che non si pratica in base al buon senso, ma solo conoscendone limiti e possibilità).

Durante il suo lavoro di indagine e verifica come ha avuto modo di valutare il peso delle prospettive culturali e dei punti di vista personali dei singoli ricercatori?

I presupposti culturali non sono mai eliminabili, nemmeno per i ricercatori. Tuttavia, un buon ricercatore si concentra su metodologie di ricerca che gli consentano di non introdurre i propri valori nella ricerca in oggetto. Certamente, nella sociologia, a differenza di quanto accade per le scienze matematiche, fisiche, chimiche e naturali, la scelta del tema e gli interessi personali possono riflettere punti di vista che derivano da preferenze e valori. Ma questo non mi sembra un grande problema se poi il ricercatore mantiene il rigore metodologico. Certamente, per quello che vedo, nella ricerca sociologica non sempre questo rigore viene rispettato.

Quali sono le difficoltà maggiori nel realizzare interventi di ricerca in questo settore? Trovare il singolo finanziamento, dare continuità ad una linea di intervento… E quanto conta la modalità con cui si comunicano i risultati?

I finanziamenti sono sempre problematici per una ricerca come quella che svolgo io, che è qualitativa (quindi non produce numeri, che affascinano sempre tutti) e che non fa promesse di migliorare la società, ma che anzi apre dubbi e esigenze di riflessione. Queste difficoltà si riflettono anche nella disponibilità all’ascolto, soprattutto da parte dei mass media, che esigerebbero notizie sensazionali o comunque almeno un po’ ad effetto. La mia ricerca si presta poco a questo tipo di divulgazione. Si presta invece molto bene all’uso in seminari e lavori di gruppo con operatori sociali, perché produce molti materiali per la discussione (cosa che la ricerca quantitativa non riesce a fare granché).

Il tema del suo intervento del 24 settembre è ‘Comunicare l’avvicinamento delle culture’, quali sono gli strumenti (lessico, tematiche, etc. ) che si possono impiegare per trasmettere informazioni ‘oggettive’ su questo fenomeno?

Le informazioni “oggettive” non esistono, perché i risultati di una ricerca sono sempre interpretabili. Io parlerei piuttosto di informazioni che permettano di aprire una discussione, di stimolare interessi, curiosità, possibilità di riflettere, sulla base di un metodo rigoroso di analisi, che sta a monte della divulgazione. In tal senso, non c’è alcun dubbio che un uso adeguato della narrazione da parte del ricercatore è fondamentale: saper raccontare la ricerca, con i tempi e modi dovuti, è un aspetto decisivo. Raccontare storie “vere” sulla comunicazione osservata è il modo migliore per narrare, ma spesso non c’è abbastanza tempo per farlo in modo adeguato, quindi si finisce per lavorare di più su generalizzazioni che siano comunque comprensibili a chi ascolta. Tuttavia, come riportavo, i seminari e, accanto ad essi, la lettura dei testi, sono indubbiamente gli strumenti fondamentali per comprendere i risultati della ricerca ed orientarsi tra questi.

Intervista al Professor Claudio Baraldi (http://www.docenti.unimore.it/docenti/1183) docente presso il Dipartimento di Scienze del linguaggio e della cultura e preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Il prof. Baraldi impegnati da anni nella ricerca sui temi della sostenibilità, del dialogo interculturale, della cultura della pace, ed è inoltre Direttore del Centro Studi sulle Culture della Pace e della Sostenibilità (CPS), Dipartimento di Scienze del Linguaggio e della Cultura (http://www.cps.unimore.it/) dello stesso ateneo.

In occasione della Notte dei Ricercatori 2010, il prossimo 24 settembre in piazza XX Settembre a Modena curerà un intervento dal titolo ‘Comunicare l’avvicinamento delle culture’ http://www.nottericercatori.it/2010/modena/

Professore, qual è il contributo che le scienze sociali, ed in particolare l’indagine sul dialogo interculturale, possono dare alla necessità di benessere sociale e di innovazione nell’ambito del welfare?

La ricerca sociale, di qualsiasi tipo sia, dovrebbe anzitutto essere utile per introdurre dubbi sulle politiche e le strategie sociali esistenti che si sono consolidate senza adeguate riflessioni, oppure hanno perso capacità di cambiamento. In secondo logo, una ricerca adeguata può permettere di cogliere alternative interessanti, emergenti dalla ricerca, nel promuovere politiche e strategie d’azione. In ogni caso, la ricerca non “insegna” nulla, bensì mette a disposizione un punto di vista diverso, basato su teorie e metodologie che non sono immediatamente disponibili a decisori e operatori.

- La sua attività di ricerca è dedicata principalmente ai temi della comunicazione dell’interculturalità e della sostenibilità: come si svolge la ricerca su questi temi? Quali false credenze bisogna confutare?

La ricerca che io svolgo è di tipo, come si suole dire, “qualitativo”. Si basa cioè sull’analisi approfondita di casi, episodi e specifiche situazioni di comunicazione. Credo che questo tipo di ricerca sia di grande utilità per gli obiettivi di cui parlavo in precedenza, perché rende disponibili analisi molto approfondite per riflessioni più accurate. Inoltre, il suo carattere qualitativo non inficia le possibilità di generalizzazione: accumulando molti casi, si può costruire un corpo di materiali che consente di introdurre molte conoscenze nel dibattito, scientifico, politico e operativo. Le “false credenze” derivano dal senso comune, persino quello che qualche volta viene definito “buon senso”. Non c’è un catalogo specifico di credenze di questo tipo che sia necessario confutare: pregiudizi e stereotipi possono riguardare aspetti diversi ed anche contrastanti, dal razzismo alla solidarietà (che non si pratica in base al buon senso, ma solo conoscendone limiti e possibilità).


- Durante il suo lavoro di indagine e verifica come ha avuto modo di valutare il peso delle prospettive culturali e dei punti di vista personali dei singoli ricercatori?

I presupposti culturali non sono mai eliminabili, nemmeno per i ricercatori. Tuttavia, un buon ricercatore si concentra su metodologie di ricerca che gli consentano di non introdurre i propri valori nella ricerca in oggetto. Certamente, nella sociologia, a differenza di quanto accade per le scienze matematiche, fisiche, chimiche e naturali, la scelta del tema e gli interessi personali possono riflettere punti di vista che derivano da preferenze e valori. Ma questo non mi sembra un grande problema se poi il ricercatore mantiene il rigore metodologico. Certamente, per quello che vedo, nella ricerca sociologica non sempre questo rigore viene rispettato.

- Quali sono le difficoltà maggiori nel realizzare interventi di ricerca in questo settore? Trovare il singolo finanziamento, dare continuità ad una linea di intervento… E quanto conta la modalità con cui si comunicano i risultati?

I finanziamenti sono sempre problematici per una ricerca come quella che svolgo io, che è qualitativa (quindi non produce numeri, che affascinano sempre tutti) e che non fa promesse di migliorare la società, ma che anzi apre dubbi e esigenze di riflessione. Queste difficoltà si riflettono anche nella disponibilità all’ascolto, soprattutto da parte dei mass media, che esigerebbero notizie sensazionali o comunque almeno un po’ ad effetto. La mia ricerca si presta poco a questo tipo di divulgazione. Si presta invece molto bene all’uso in seminari e lavori di gruppo con operatori sociali, perché produce molti materiali per la discussione (cosa che la ricerca quantitativa non riesce a fare granché).

- Il tema del suo intervento del 24 settembre è ‘Comunicare l’avvicinamento delle culture’, quali sono gli strumenti (lessico, tematiche, etc. ) che si possono impiegare per trasmettere informazioni ‘oggettive’ su questo fenomeno?

Le informazioni “oggettive” non esistono, perché i risultati di una ricerca sono sempre interpretabili. Io parlerei piuttosto di informazioni che permettano di aprire una discussione, di stimolare interessi, curiosità, possibilità di riflettere, sulla base di un metodo rigoroso di analisi, che sta a monte della divulgazione. In tal senso, non c’è alcun dubbio che un uso adeguato della narrazione da parte del ricercatore è fondamentale: saper raccontare la ricerca, con i tempi e modi dovuti, è un aspetto decisivo. Raccontare storie “vere” sulla comunicazione osservata è il modo migliore per narrare, ma spesso non c’è abbastanza tempo per farlo in modo adeguato, quindi si finisce per lavorare di più su generalizzazioni che siano comunque comprensibili a chi ascolta. Tuttavia, come riportavo, i seminari e, accanto ad essi, la lettura dei testi, sono indubbiamente gli strumenti fondamentali per comprendere i risultati della ricerca ed orientarsi tra questi.

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